Quattordicesima Uscita

01.01.2023

PAGINA 1

L'Incubo della Guerra Atomica

"Truppe d'assalto avanzano in mezzo al gas" (1924)

Otto Dix. lo spettro della distruzione globale

PAGINA 2

LE tre Torri

L'enorme area destinata alle fiere Fieramilano di Rho -Pero ha spinto alla realizzazione di City Life nel 2004 in cui spiccano Generali Propeties S.p.A., Lamaro Appalti Spa. Gruppo Ras, Gruppo las Desarrollos e Immobiliare Lombarda Spa. Alla fine proprio il Gruppo Generali partecipata da Allianz ha spinto così al 2007 anno fatidico dell'inizio dei lavori per poi concludersi nel 2020. In realtà il tutto doveva chiudersi per l'Expo del 2015 ma i tempi si sono portati avanti.


   Reggia di Venaria (Torino)
"John Constable e i paesaggi dell'anima"

                 La casa dell'ammiraglio a Hampstead 

E' iniziata a ottobre e terminerà il 5 febbraio 2023 la mostra dedicata al celebre pittore esponente del Romanticismo inglese.

Sono esposti lavori della Tate UK con una serie di oltre cinquanta pezzi che includono schizzi e dipinti di piccole dimensioni realizzati in esterno anticipando le spinte impressionistiche. 

PAGINA 3

CityLife Milano


In tutto questo spiccano le Tre Torri che emergono a simbolo di Milano: la Torre Isozaki detta il Dritto realizzata dal giapponese Arata Isozaki già autore del Palasport Olimpico di Torino; la Torre Hadid lo Storto spinge la torsione secondo il disegno dinamico dell'irachena Zaha Hadid; infine la Torre Libeskind il Curvo è quella che sembra ispirarsi alla compensazione di una sfera ideale.

Questo polo catalizza la movida della Milano moderna attraverso iniziative culturali, shopping e attrazioni del tempo libero oltre che gli uffici della City milanese immersa poi nei classici happy hour del tramonto.

Come sempre Milano proietta la propria immagine urbanistica verso il futuro.


Secondo questi aspetti la mostra racconta i luoghi dell'infanzia e del sentimento in cui seguitando i dettami del pittoresco Constable indagava la sua anima sino poi a spaziare con i suoi contemporanei come John Linnel, Benjamin West che entrarono in relazione alla sua opera. Seguendo questi canoni estetici dobbiamo definire il concetto di Pittoresco come forma di relazione tra l'arte e la natura che proprio nel XVIII secolo si affermò in Inghilterra con lo scopo di esaltare la pittura del paesaggio.

Più esattamente fu Edmund Burke nel 1756 in A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful a definire questo canone estetico a proposito della pittura di Claude Lorrain e Nicolas Poussin per poi spingersi ai primi dell'ottocento affrontando la bellezza decadente dei giardini britannici sino alle rovine gotiche ed alle cattedrali ed alle abbazie.

Infatti in Constable il suggestivo ed il caratteristico tornano in maniera preponderante esattamente come in William Turner. Ecco allora immergersi nei suoi cieli sconfinati, negli alberi al vento, sentendo quasi lo scrosciare dei fiumi: era convinto della scientificità della pittura definendola un'indagine attiva sulle leggi della natura. Si accostava alla riproduzione come in fase sperimentale indagando attraverso l'osservazione, i dettagli, scrutando gli elementi visivi sino poi a culminare nello studio delle nuvole: per far questo prendeva appunti in un quaderno di schizzi osservando i fenomeni cromatici delle nuvole sino poi a comprenderne le minime differenze tra un istante e l'altro. Applicava il colore direttamente sulla tela attraverso pennellate rapide escludendo così l'impatto formale: era il gioco delle luci e delle ombre a dare corposità al tutto. 

Autobiografia

L'UltraUMANO

di Andrea Domenico Taricco

Nel cuore della mia esistenza è giunto il momento di concentrarsi su se stessi e indagare sui fattori che hanno generato i fatti e gli accadimenti del mio percorso. Dico questo perché sono sempre stato restìo sul fatto di scrivere un'autobiografia: amo infatti narrare di storie attraverso romanzi o racconti così come approfondire il gusto e l'estetica del tempo attraverso saggi di Storia dell'Arte; così come analizzare le condizioni storiche in cui i Paesi di questa epoca devono ritrovarsi a fare i conti: sempre al di fuori di me. Andare a scovare la cause e ripensare ai bivi, alle scelte difficili all'infanzia e all'intreccio di tutti quei fattori che mi hanno formato è un'impresa assai complessa. Il cancro è stato il motore che ha trasformato le mie certezze in vecchi ricordi: giunto nella mia vita all'età di quarantaquattro anni ha trasformato tutto stabilendo un prima e un dopo, un tempo senza ritorno. Se nella prima vita ero inconsapevole, disinteressato, giovane e spensierato dopo l'anno 0, ovvero nell'inverno del 2020 poco prima della Pandemia fui operato per giungere alla mia seconda vita. Qui sono cambiato. La consapevolezza, l'interesse per le piccole cose ed il tempo; la tristezza e la presenza in me stesso; dal giorno che non ho vissuto, ovvero quel 17 febbraio 2020 ad oggi sono trascorsi circa tre anni ed in questo tempo ho considerato di trascrivere per sommi capi la storia della mia vita, della mia prima vita almeno, giusto per non dimenticare. 

E giungo così al concetto di ultraumanità secondo cui descrivo un potere posseduto da sempre come se fosse una dote naturale: ovvero la capacità di creare intorno a me un campo energetico potente capace di interagire nello spazio circostante. Sin da piccolo infatti avevo quel non so che per spegnere con la forza del pensiero le luci così come gli schermi televisivi; se arrabbiato riuscivo a far andare in tilt il contatore dell'elettricità; poi andando avanti nel tempo affinai questo dono: ricordo come nelle liti fossi capace di far scattare gli allarmi di tutte le automobili che erano parcheggiate intorno a me o di quando facevo saltare la connessione ai computer. Questo dono, questa capacità innata l'ho posseduta sin dalla nascita e mi ha accompagnato per tutta la mia prima vita; quando i mal di testa iniziarono a divenire frequenti e la salute iniziò a vacillare fui costretto a cure cliniche da cui venni a sapere di un tumore al cervello. Dopo l'operazione feci un percorso riabilitativo grazie al quale oggi sono qui sano a raccontarne la situazione e dal quale persi questo dono. In altre parole dall'operazione ho perso questa facoltà energetica che mi metteva in relazione al campo magnetico circostante normalizzando il mio equilibrio con le cose. Questi fattori mi hanno spinto sulla direzione del testo autobiografico che descrive l'ultraumanità da non confondere con il superomismo o con il transumanesimo. L'ultrauomo è rimasto come un pezzo di carne sul lettino dell'ospedale mentre io sono qui semplicemente umano. 

PAGINA 4

Il GENIO surrealista

La complessità eterogena del maestro catalano

La mostra di Mirò presso il Palazzo Salmatoris di Cherasco si concluderà il 22 gennaio 2023. L'iniziativa del comune di Cherasco GENIUS LOCI desidera contrapporre alla fase pandemica appena trascorsa ed a quella bellica tuttora in atto una mostra significativa su un genio dell'arte del novecento. I colori dell'artista catalano hanno proprio lo scopo di stimolare nello spettatore un senso di rinascita, di stimolo alla vita, alla comunicazione; sembra che i fattori storici stiano influenzando negativamente il genere umano e che l'arte si distacchi da questi aspetti tentando la via terapeutica della positività. Sappiamo che Mirò è stato studiato ed apprezzato dai musei e dalle gallerie di tutto il mondo proprio per la singolarità dei suoi lavori, per la semplicità e l'immediatezza di ricezione universale. Una complessità polimorfica se pensiamo che il suo stile abbia attraversato diversi linguaggi del novecento come l'astrattismo, il surrealismo e la sperimentazione tout court soprattutto in un momento come questo in cui la guerra in atto sta destabilizzando le certezze finora raggiunte: in fondo anche lui visse i tempi difficili tra le due guerre in cui i linguaggi dell'arte stavano cambiando spingendo l'idealità formale a perdere coscienza di sé e sprofondare nel senso totale della concettualità post-moderna. Mirò ha aperto la via agli artisti del secondo dopoguerra introducendo al linguaggio contemporaneo: una poliedricità ed una versatilità che lo pongono a caposcuola dell'originalità e della ricercatezza. Oltre un'ottantina di pezzi che tra tematiche varie affrontate dal maestro catalano lo mettono a confronto con i linguaggi di altri maestri del calibro di Mathieu, Hartung, De Chirico e Capogrossi. Connotati questi che ne determinano un principio di complessità eterogenea.

Una retrospettiva significativa che mette a confronto stili e tecniche complesse

"GENIUS LOCI"

Parlare di Mirò è complesso per la poliedricità della sua arte. Nacque a Barcellona e frequentò l'Accademia spaziando così dal fauvismo al circolo di pittori che vivevano a Parigi presso Montparnasse dove conobbe Picasso e il dadaista Tzara. Furono gli anni delle grandi sperimentazioni tra acqueforti, litografie e sculture per poi aderire alla poetica surrealista di Breton. Nel dopoguerra arrivò la fama e giunse a Venezia dove intraprese la sperimentazione delle ceramiche sino a creare poi negli anni '70 da Fundacio Joan mirò di Barcellona; partecipò artisticamente anche alla creazione di scenografie teatrali sino a ricevere la Medalla d'Or de la Generalitat de Catalunya. Morì a novant'anni a Maiorca e fu seppellito a Barcellona. In lui coabitavano stili e culture lontane come le pitture rupestri primitive sino ai simboli del cattolicesimo catalano od alle opere tribali africane; era attratto dai maestri nordici come Bosch così come dall'espressionismo di Edvard Munch. Ma fu Picasso un punto di riferimento essenziale che influenzò direttamente e indirettamente il suo stile mediante la ricerca di totale originalità e sperimentazione. Eppure l'avanguardia surrealista lo assorbì quasi integralmente per la relazione alla dimensione onirica dei sogni, per l'impatto della scrittura automatica e lo studio psicologico dell'inconscio. Fattori che aprivano le porte al completo sviluppo della fantasia in cui l'artista aveva modo di divenire decano di una nuova forma di linguaggio universale mediante il quale si potevano mettere in contatto mondi e dimensioni remote altrimenti inconciliabili tra loro. 

PAGINA 5

La Vetrina

Nicola Moréa

La VETRINA in questo numero espone l'ultimo maestro della seconda maniera del Mutazionismo: Nicola Moréa. Dopo i pittori dell'Ibridismo la seconda maniera determina l'OlogramGeneration in cui Clara Marchitelli Rosa Clot così come Fabio d'Agostino hanno espresso questa visione creativa atta ad un concetto di nullificazione. L'opera in particolare di Morea fa parte del ciclo FLOW Art in cui la Fluid art diviene espressione globale di un modo di sentire in generale. Ho avuto l'onore di esporre l'artista pugliese in diversi contesti attraverso un iter di stili e tecniche come gli American Graffiti, Enigmi, Tracce, le Porte del Tempo, l'Iperpop ed una serie di Computer Art in continuo divenire. Morea è uno sperimentatore che utilizza la propria visione post-concettuale per filtrare una realtà complessa ed eterogenea: l'eclettismo al limite di uno sperimentalismo tout court gli danno la grinta di sprofondare nella filosofia pura dell'arte là dove nessuno osa aprendo così nuovi varchi stilistici e creativi. Gli artisti del MUTAZIONISMO globale menzionati nel corso di queste vetrine descrittive vengono inseriti nel racconto fanta-artistico che avverrà durante il prossimo passaggio dell'asteroide 99942 Apophis: secondo questo presupposto narrativo verrebbe costruito lo spazio RC3 meglio progettato dal sottoscritto come Seraféo. Siamo lieti di esporre su RC3 i suoi lavori:https://rc3.jimdosite.com

PAGINA 6

TOTO'

Antonio de Curtis nasce nel rione Sanità di Napoli dalla relazione clandestina di Anna Clemente e Giuseppe De Curtis. Ragion per cui crebbe in condizioni disagiate sino poi alla frequentazione di teatrini rionali di varietà e le precoci esibizioni sui palcoscenici locali: dopo essersi arruolato come volontario nella Prima Guerra mondiale fu alla stazione di Alessandria che gli fu ordinato dai superiori di armarsi di un coltello e difendersi da un reparto di soldati marocchini con cui avrebbe dovuto condividere una tratta. Colto da un attacco epilettico cambiò destinazione sino alla fine della guerra. Da qui entrò nel variété sino ai primi spettacoli nel mondo dell'Avanspettacolo e della Rivista. Riprese i presupposti della Commedia dell'Arte approfondendo così le mimiche facciali sino poi ad approdare alle scene teatrali. Una macchietta a metà strada tra Charlie Chaplin e Buster Keaton esordì nel 1937 nel suo primo film Fermo con le mani per poi cimentarsi definitivamente con il cinema e la televisione.

Cosa dire di successi come Guardie e ladri con Aldo Fabrizi, Totò e i re di Roma con Alberto Sordi sino a Totò a colori nel 1952? Ad un certo punto dopo la perdita del figlio si mise a lavorare seriamente realizzando capolavori come Totò, Peppino e la malafemmina, La banda degli onesti sino poi al problema agli occhi che lo perseguitò sino poi al cinema pasoliniano in Uccellacci e uccellini. Fu sempre ossessionato dalla discendenza nobiliare tanto da divenire membro della Loggia massonica Fulgor di Napoli e di creare a Roma la Fulgor Artis anche se ereditò davvero un titolo dal marchese Gagliardi Focas che lo aveva adottato perché parente della sua nonna materna. La malinconia lo accompagnò sino al fatidico 15 aprile 1967 in cui disse che nessuno lo avrebbe ricordato. Dopo la sua morte nonostante la richiesta del principe di avere un funerale semplice fu lutto nazionale con oltre 250000 persone. Totò era e rimarrà sempre un Genio dell'ironia, del cinismo, della risata mettendo in risalto i difetti di una società in crescita in cui i ruoli, i tipi derivanti dalle macchiette della commedia dell'arte storpiano il volto traducendolo in una maschera triste tra il macabro e il ridicolo. Eppure svecchiando gli stereotipi della comicità tradizionale prendeva in giro i ruoli sociali inseguendo la polemica alle ingiustizie ed alle storture di una società in crescita costante e senza valori concreti.

PAGINA 7

Rapporto 2023

Effetti della transizione storico-sociale:

Il PUBBLICO e l'arte

L'arte non mira esclusivamente al rapporto simbiotico tra Artista e Opera ma include volontariamente ed involontariamente il Pubblico: mittente/ricevente, destinatore/destinatario. Un'osmosi perfetta! La distinzione tra le forme creative tradizionali e quelle contemporanee sono da ricercarsi nel valore letterario e culturale dei committenti che anticamente commissionavano ad artisti/artigiani lavori che dovevano esaltare i canoni estetici del loro tempo seguendo gli stili alla moda correlati ad un valore classista e di appartenenza ad un rango sociale. Ovvio che nel panorama attuale l'elitarismo globalizzato rinvii queste scelte al gusto personale e non a schemi imposti dai vertici: matrice che sicuramente attua nei confronti del pubblico un senso di maggiore coinvolgimento sino ad amalgamarsi con la realtà sino a farla sparire. In altre parole gli artisti attraverso performance e lavori creativi coinvolgono la realtà e le persone rendendole parte attiva della narrazione abbattendo così le frontiere verità/finzione che annientano la realtà in quanto tale e il distacco con il pubblico. Forse uno dei pionieri di questo ragionamento avanguardistico è stato Marcel Duchamp mediante il rapporto che poneva con l'oggetto decontestualizzato ridefinendolo artisticamente: il ready made consisteva proprio in questa operazione di ri-formattazione perché per lui l'arte non andava inventata perché era già nelle cose. Processi che nel tempo hanno portato la filosofia artistica ad evolversi servendosi del corpo Body-Art ed ai principi del Nouveau Realisme che optava per la purificazione del linguaggio: pensiamo al minimalismo, al poverismo od agli ambienti di Schwitters che hanno concesso alle istallazioni procedurali dell'attualità di interagire tra la dimensione ludica e quella del web. La sparizione dell'arte attuata dall'iper-virtualizzazione abbatte ulteriormente il confine tra realtà e illusione, tra il pubblico e l'opera: esiste generalmente una progettualità concreta finalizzata a contenere un discorso razionale/irrazionale al limite di un concettualismo radicale affinché l'arte continui a far pensare e per questo necessita proprio di un interlocutore: il pubblico. Oggi le mostre, le istallazioni, i vernissage sono studiati esclusivamente per il pubblico. In molti casi l'artista è decentrato, distaccato, distratto: si relaziona all'oggetto pensando al suo pubblico. L'atto spersonalizzato dal rapporto con le cose è ulteriormente compromesso dall'attaccamento intellettuale agli esempi, al citazionismo ostentato dal continuo dimostrare un certo attaccamento a maestri della tradizione.

In altri termini l'artista perde spontaneità nel momento in cui per dimostrare di non fare sul serio tende a prendere distanza da se stesso mostrando la sua cultura, citando maestri nel tentativo assurdo di convivere con queste scuole di pensiero senza mai prendere veramente posizione. L'opera diventa simulacro intellettivo, paradosso svuotato di significato sino ad acquisire i presupposti di un totem ricettivo privo di qualsivoglia valore. L'unica funzione plausibile diventa la condivisione con un pubblico interattivo, cosciente, capace di intendere e capovolgere criticamente i postulati dell'opera stessa. Questa via dell'arte post-concettuale non ha fatto altro che svalutare l'opera in nome di un pubblico dotto che a sua volta si è distaccato dall'opera stessa. L'artista contemporaneo ha spostato la sua attenzione dalle classi dominanti che imponevano i loro schemi finalizzati all'elevazione verticale del proprio status sociale all'orizzontalità delle masse globalizzate che devono ritrovare sé stesse nelle cose mediante l'appiattimento imposto dall'indottrinamento pubblicitario e dal bombardamento mediatico e telematico. In entrambi i casi la ripetizione dell'identico compie il suo ruolo preponderante illudendo le masse della propria centralità ma favorendone la completa spersonalizzazione. L'arte attuale non vede, non osserva, non compiange. L'arte attuale non cura l'oggetto, non lo preleva, non lo elabora. L'arte attuale non mira alla realtà, non mira alla finzione, non bada più a se stessa.

E' post-concettuale proprio per il fatto di non mettere al centro l'artista o l'opera in quanto tale ma il pubblico: è attenta al giudizio, a compiacerlo/distrarlo/contrariarlo. Il criticismo puro, oggettivo e anonimo svuotato di valore. In questo oceano impersonale e qualunquistico di operazioni intelligenti l'artista pone primariamente l'oggetto e secondariamente l'opera al servizio delle masse oramai abituate a questo discorso e per questo risvegliate dall'incanto: gli artisti cercano di stupire, di sorprendere di convincere con una certa abilità il proprio pubblico oramai avvezzo alle stranezze di ogni tipo. Questa perdita di valore ha sacrificato il significato ultimo dell'arte. Questo funzionalismo programmato, questa intellettualità decentrata, questa spersonalizzazione oggettivata è giunta al suo culmine. L'opera d'arte merita di tornare sul podio, al centro di un discorso interiore in cui il pubblico deve smettere di esistere: un'arte nuova, individuale, senza seguaci e followers. L'artista in altre parole deve tornare a sentire consentendo così all'opera di essere tale ed al pubblico di limitarsi a vedere e sognare.

PAGINA 10

PLAY
Videogames e arte

Si conclude a metà gennaio la grande mostra de della Venaria Reale che indaga la Decima Arte: i videogiochi diventano strumento di ricerca e di ri-creatività coinvolgendo oltre tre miliardi di persone al mondo a giocare. Dodici sale vengono messe a disposizione per mostrare capolavori del passato realizzati da mostri sacri come Calder, De Chirico, Savinio o Kandinsky in relazione a maestri del videogioco. In tutto questo aleggia un senso di smarrimento da una parte e di curiosità dall'altra: immagini statiche e dinamiche, immersive ed interattive in cui spiccano realtà come Rez Infinite, Apotheon, Ico, Okami o la Monument Valley. Oppure pensiamo allo spazio Play Art in cui il visitatore avrà modo di relazionarsi a AES+F, Jago, Banksy ed altri mostri sacri del contemporaneo. Siamo a metà strada tra dimensione ludica, sperimentale e artistico-ricreativa in cui la tecnologia fa da padrona indirizzando la fantasia a prendere coscienza di nuove potenzialità e possibilità realizzative. Si tratta di un organigramma di energie condivise che prendono forma seguendo una logica destrutturante messa in evidenza dai tempi della Pandemia in cui il contatto fisico era bandito e la Tecnologia risultava come una risorsa alternativa alla realtà in senso stretto: il rischio di questa sostituzione Realtà/Virtualità è lo spettro che aleggia tra le sale della mostra. L'ambiguità tra la natura e la tecnologia, libertà e chiusura, spontaneità e finzione. Questa zona spuria tra gioco e arte mette in evidenza uno smarrimento intellettuale del linguaggio creativo che via via escluderà sempre di più il corpo nella sua fisicità smaterializzandolo definitivamente a qualcosa di effimero, volatile, virtuale. Ne emerge un principio di assenza programmata.

La storia, la vita, l'amore a Parigi in 130 Fotografie

E' iniziata ad ottobre e termina a san Valentino la mostra del fotografo Robert Doisneau presso Camera in via delle Rosine numero 18 a Torino. Lui e Henri Cartier-Bresson sono considerati i padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada: come si evince dalla fotografia divenuta simbolo di questa rassegna Le baiser de l'Hotel de Ville (1950) è il bacio di una coppia qualsiasi a spiccare tra la folla in un giorno qualunque nel traffico cittadino. Era la stagione in cui l'opera fissata attraverso l'impressione fotografica doveva documentare la verità così come il cinema o qualsivoglia concezione intellettuale. Questa sorta di caleidoscopio emozionale tra gesti, dettagli, ingrandimenti, primi piani e situazioni varie determinano il luogo di confine tra realtà ed artifizio, tra verità e surrealtà in cui l'ironia, il cinismo ed un profondo senso di obiettività giocosa inducono l'osservatore a guardare il mondo con occhi diversi. Erano gli anni del dopoguerra in cui l'artista era un intellettuale brillante a caccia di situazioni interessanti capaci di stimolare delle emozioni in termini empatici. La fotografia in particolare aveva il compito di dialogare con la realtà esteriore ancor di più della pittura oramai catapultata negli universi dell'astrazione e della sperimentazione pura. Doisneau aprì l'universo della pellicola a questo tipo di indagine intellettuale sino poi a generare inavvertitamente una dimensione nostalgica, di un divertimento sopito facente parte di un mondo a noi lontano.

PAGINA 11

L'Incubo della Guerra

Lo spettro della distruzione globale

Otto Dix."Via Praga"(1920).Olio su tela

Circa settantotto anni fa gli americani sganciavano le loro bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima stabilendo il loro primato sul mondo e portando così alla fine della Seconda Guerra Mondiale: da quel momento il mondo sarebbe stato diviso tra le potenze vincitrici. Da una parte gli Usa e dall'altra l'Urss: la guerra fredda; il capitalismo occidentale da una parte ed il comunismo dall'altra. Poi la distensione. Intanto nuovi mercati si sono affacciati sullo scacchiere internazionale come il BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che in competizione alla Nato hanno ridefinito le sorti del mondo creando qualcosa di alternativo dapprima sul piano pandemico ed ora con lo scoppio del conflitto russo-ucraino porterà ad uno sconvolgimento inflazionario. Siamo entrati così nella Terza Guerra Mondiale e due blocchi, due fronti mondiali contrapposti si contrastano per via diretta e indiretta mettendo in rivalità due modi di intendere l'organizzazione sociale: l'Elitarismo da una parte e l'Autocrazia dall'altra. Questa seconda guerra fredda congela le aspettative di un mondo pacifico ed uniformato facendo tornare la civiltà indietro di almeno un secolo: sembra di riaccendere il motore della distruzione là dove era stato fermato. Sembra infatti di tornare agli scenari di un secolo fa quando la prima recessione portò nel '29 al crollo della Borsa di Wall Street stravolgendo le economie di tutto il mondo a fare i conti con la crisi sino all'inevitabile sviluppo di politiche protezionistiche come il Fascismo in Italia, il Franchismo in Spagna o il Nazismo in Germania per poi piombare nel conflitto bellico. Eccoci alle soglie della Seconda Grande Recessione che mettendo in ginocchio i Paesi più fragili genererà nuove soglie di povertà e miseria.

PAGINA 12

..L'Incubo della Guerra

Lo spettro della distruzione Totale

A questo punto non siamo nella posizione di stabilire come le cose andranno a finire: sicuramente non possiamo parlare più di fascismi o comunismi nel senso totalitario e tradizionale. La Destra Rosa post-fascista che in questo momento tenta di rimettere in gioco il nostro Paese faticherà avendo a che fare con una sinistra filo europeista che tornerà presto a pontificare mediante governi tecnici ultranazionali. Ma le cose non si fermeranno qui. Il rischio di un conflitto nucleare è costante, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Le sorti del mondo sono in gioco e nessuno è in grado di fermare questa macchina di distruzione che annienterà i popoli, i poveri, gli esseri umani. E' necessario alla Storia questo olocausto per trasformare i mercati e generare una ricostruzione futura. E' un processo determinato dai potenti e non voluto dai popoli; le democrazie reagiscono alla spinta dei mercati in cui l'inflazione, la recessione e il debito pubblico sono mossi dal PIL e da una globalità impotente. Ecco allora l'arte post-concettuale che si trova nuovamente bloccata innanzi al muro della propaganda, dell'informazione di parte, dell'omologazione pilotata dal potere delle lobby e dell'indottrinamento.

Sembra davvero di tornare agli scenari ideologici di un secolo fa quando Otto Dix rientrando a Dresda nel 1919 aderiva al gruppo espressionista della secessione spingendo così artisti del calibro di George Grosz, Rudolf Schlichter o John Heartfield ad unirsi nel gruppo dadaista tedesco. Erano gli anni della Repubblica di Weimar in cui la Germania sconfitta nella Grande Guerra veniva umiliata dalle nazioni vincitrici sul piano economico. In questo clima di miseria e disagio tra espressionismo e dadismo i già citati Otto Dix, George Grosz e Max Beckmann davano vita nel 1925 alla Nuova Oggettività: ovvero ad una forma di pittura che osservava la realtà da un punto di vista interiore sino a deformarne la struttura formale e psichica. In altre parole aleggiava in Europa lo spettro del totalitarismo nazista che avrebbe trovato nel suo omonimo comunista la risposta per mettere in atto la catastrofe definitiva.

Ora nel panorama storico descritto nuove oggettività deformanti descriveranno lo scempio e l'arte dovrà fare i conti con se stessa.

LA GRANDE BELLEZZA

Paolo Sorrentino

E' del 2013 il film di Paolo Sorrentino presentato al Festival di Cannes dello stesso anno e quello successivo vincitore del Golden Globe oltre che dell'Europoean Film Awards, nove David di Donatello e cinque nastri d'Argento. Tutto avviene sotto gli occhi di Toni Servillo nei panni del giornalista Jep Gambardella che si muove in una Roma vecchia, decadente, mondana. Eccolo tra balli, serate tra amici e intellettuali falliti e le cose avanzano con questa lentezza onirica sino all'Isola del Giglio dove dovrà scrivere un articolo per il disastro della nave Concordia. Fattori che lo spingeranno a scrivere il suo prossimo romanzo. Su questa speranza osserva serenamente l'alba del nuovo giorno. La capitale diventa teatro di una realtà congelata in cui le feste rappresentano scenari carnevaleschi in cui l'orrido, il tracotante, l'esagerato convive con una realtà grottesca e deformata. Donne attraenti costrette a diete e chirurgia estetica, ricchezza ostentata ed intellettuali in crisi ideologica, feste vuote per persone annoiate che non credono più nel potere della giovinezza. L'opera rievoca le dimensioni  e le atmosfere di un altro capolavoro cinematografico di siffatta natura. Siamo sulla falsariga della Dolce Vita felliniana realizzata oltre cinquant'anni prima ed esattamente nel 1960 in cui un altro giornalista specializzato in cronaca mondana Marcello Rubini si lascia trasportare dalle notti brave. Marcello Mastroianni gozzovigliava nell'alta società del tempo allo stesso modo in cui Toni Servillo attraversa la sua epoca: entrambi giornalisti, osservatori del tempo, entrambi intellettuali annoiati che non credono più nelle cose forse perché l'età avanza e la consapevolezza dilaga sino ad inaridire gli animi. I richiami al film felliniano sono molteplici: pensiamo alla Roma cambiata, più anziana ma sempre affascinante; pensiamo all'enorme pesce morto che chiude il capolavoro felliniano. Arenato sulla spiaggia esprime un concetto di morte esattamente come la nave Concordia tra gli scogli delle coste sarde. La vecchiaia ossessiona il regista napoletano che rievoca la surrealtà felliniana tra i ponti romani sino ad una cicogna che si posa su una terrazza radical chic.

Banksy Soldiers Painting

Tate gallery (2007)

Il murales in questione realizzato oltre quattordici anni fa rappresenta due soldati vestiti da combattimento che dipingono il simbolo della pace su una parete vuota. Colpisce per il fatto che il primo soldato sia accovacciato e si guardi intorno quasi per proteggere il secondo che invece intinge il pennello nel secchio e dipinge il simbolo della pace: completamente rosso come il sangue cola da tutte le parti. Possibile che due soldati decantino la pace? Questa contraddizione, questo ossimoro dialettico consente a Banksy di ironizzare il principio stesso di pace portando in campo la guerra come materia di analisi e denuncia.

Forse attaccava la falsità con la quale le Nazioni reprimevano la libertà dei popoli riempendosi la bocca di slogan che parlavano di pace arricchendo le borse dei Signori della Guerra. Questa immagine è apparsa per la prima volta proprio fuori dal Parlamento durante una protesta contro la guerra guidata dall'attivista Brian Haw. E adesso? Proprio ora che le nazioni del mondo si stanno schierando nello scacchiere mondiale? Proprio ora che nel cuore del continente euroasiatico una guerra fratricida imperversa spietata trovando il consenso dei popoli fino a qualche tempo fa allineati alla pace ed al buon senso.

Verranno nuovamente tempi di pace: gli stessi magnati che finanziarono e guadagnarono dalla morte delle persone parleranno a favore della pace colpevolizzando i capri espiatori e ottenendo consensi dalle masse indottrinate. Intanto la gente muore per terre anonime ed interessi dei privati. La pace ha in sé il seme della guerra!

PAGINA 13

L'arte del raggiro: il ladro gentiluomo

Nell'universo artistico il mondo dei ladri ha sempre affascinato la fantasia ispirando poeti a raccontare di ladri, fuorilegge o persone al margine della legge ad essere decantati come antieroi per eccellenza. In questo senso pensiamo a Robin Hood il celebre eroe popolare britannico che nel medioevo rubava ai ricchi per dare ai poveri così come A. J. Raffles (1898) che nel 1925 spopolò nella letteratura così come nel cinema ed ancora Rocambole (1857) di Pierre Alexis Ponson du Terrail. Su questa linea dobbiamo almeno ricordare Fantomas ideato nel 1911 da Marcel Allain sino a Simon Templar conosciuto come Il Santo (1928) ideato da Leslie Charteris. Seguendo questa linea potremmo ricordare Bonnie e Clyde ovvero Bonnie Parker e Clyde Borrow ovvero una coppia realmente esistita negli Stati Uniti intorno agli anni '30 che con l'aiuto della Barrow gang commisero una serie di reati che li ha resi celebri sino a sfondare come la coppia per eccellenza che sconvolse l'America di quegli anni. Ma la truffa per eccellenza che resterà per sempre nell'universo cinematografico è stata compiuta da Totò ad un turista americano della celebre Fontana di Trevi a Roma: il film Tototruffa del '62 incalza questi toni dissacratori facendo sorridere lo spettatore della miseria e dell'inganno.

LUPIN  III

Nato da una serie manga il personaggio di Lupin era ispirato al celebre ladro Arsenio Lupin a sua volta ideato da Maurice Leblanc. Dopo una serie di Anime e trasposizioni fumettistiche Lupin III esordì nel 1967 con i disegni di Kazuhiko Kato (Monkey Punch): per creare un filo conduttore tra il famoso ladro passato alla storia ed il moderno truffatore escogita l'idea del nipote del ladro gentiluomo e lo immerge in una serie di avventure al limite del possibile. Accanto al ladro gentiluomo spiccano una serie di personaggi come Jigen celebre pistolero ed esperto di esplosivi dal carattere schivo; Goemon samurai di una nobile famiglia decaduta; Fujiko/Margot maggiorata attraente che utilizza la sua bellezza per incantare e derubare altri malfattori. Infine Zenigata, l'ispettore Zazà che lo insegue con profonda ammirazione.

La prima serie televisiva andò in onda nel 1972 anche se fu contrastata dalle polemiche per i toni piuttosto elevati. Da qui ovviamente si è diffusa entrando nell'immaginario collettivo: da anni le repliche, i filmati ed il cinema. Lupin fa parte della cultura di massa oramai e le sue fughe, i suoi successi, la sua passione per le donne lo hanno reso un eroe/antieroe moderno che raggiunge i suoi obiettivi anche quando la situazione sembra totalmente impossibile 

PAGINA 14

Castello di Rivoli (To)
Museo d'Arte Contemporanea

ORIZZONTI TREMANTI

Olafur Eliasson

E' dal 3 novembre 2022 che al Castello di Rivoli in provincia di Torino che è partita la mostra intitolata Orizzonti tremanti. Curata da Marcella Beccaria vede il gioco di luci che dureranno sino al 26 marzo 2023. Sembra di stare all'interno di un caleidoscopio: in questo caso lo Studio Olafur Eliasson genera una serie di opere immersive in cui il senso dell'istallazione quale macchina di riflessione per un pubblico vasto ed eterogeneo diviene corpo vivente ed eterogeneo. Una macchina fluida articolata in a una serie di proiezioni fluide sperimentate da Eliasson nel suo studio berlinese propongono una sorta di relazione ideale tra corpo e anima mediato dal flusso delle deformazioni sensoriali. Pensiamo a Stella di navigazione per l'utopia (2022) in cui è la luce a far da protagonista quale corpo assente che introduce alla virtualità, all'intelligenza algoritmica ed al futuro.

Eliasson articola una serie di kaleidorama ovvero una serie di strutture pensanti che inglobano lo spettatore trasformandolo in protagonista assoluto quasi in una sorta di destinatore/destinatario che fa parte dell'opera stessa in qualità di essere vivente che partecipa all'opera. In altre parole assistiamo ad una serie di schemi preorganizzati in cui forme particolari sfruttando la luce ed il movimento interagiscono sino alla creazione di un'ambientazione virtuale. Siamo in presenza di fasci luminosi, di onde, di strumenti ottici sofisticati di strumenti direzionali che indirizzano lo sguardo, illudono i sensi spingendo il pubblico alla spersonalizzazione sino a sentirsi parte di qualcosa di astratto. Forse proprio in questa smaterializzazione l'ego trova nuovi parametri di lettura riadattandosi alla realtà manipolata dall'artifizio. 

PAGINA 15

All'ombra della cultura:

l'OMOLOGAZIONE

Controcultura e disinformazione, analfabetismo disfunzionale e condizionamento indiscriminato: questo succede nel sistema culturale attuale globale in occidente e in oriente; questi i presupposti di una civiltà omologata che vive all'ombra di un passato svuotato di significato e di un presente senza sbocchi. Davvero la cultura è caduta nell'oblio senza possibilità di riscatto e l'arte ne è la conseguenza. Parliamo di anticultura, subcultura e controcultura in cui l'impossibile è diventato realtà come censurare Tolstoj e Dostoevskij dalle scuole, in cui atleti russi vengono sistematicamente espulsi dalle competizioni sportive così come dai Mondiali di calcio, vietando il Lago dei Cigni di Cajkovskij nei teatri e chiudendo il Padiglione Russo alla Biennale di Venezia. A proposito di quest'ultima per coloro che sono andati a visitarla si saranno accorti dello svuotamento citazionistico così come dell'oscurantismo passatista privo di spessore che aleggiava nelle sale? Mero eclettismo al servizio del sistema. Se la censura della cultura colpevolizzi gli artisti, gli sportivi, i musicisti e ballerini solo per il fatto di essere nati in Russia significa che non sia cultura ma propaganda! Qui non si tratta di stare da una parte o dall'altra della nuova cortina di ferro. Essere intellettuale significa comprendere la natura dei fatti, mettendo in discussione i dati e porsi domande sino alla formulazione di concetti. Essere intellettuale significa andare al di là delle parti in maniera obiettiva. Essere intellettuale significa studiare e confrontare i risultati della ricerca: tutto ciò avviene? Direi di no proprio nell'epoca di riferimento in cui non esistono portatori di verità ma serpi velenose al soldo delle lobby: è svanita la politica della distensione, dell'accettazione e della sintesi. I pensatori dovrebbero spingere le cerchie antagoniste al dialogo, alla pace, alla tolleranza invece tacciono per paura di essere esclusi. In questo clima di passività restiamo a guardare lo scontro delle propagande in cui della cultura non resta niente, nemmeno l'ombra. Domina il conformismo, il qualunquismo, il pressapochismo in cui è essenziale apparire. Può l'arte esistere in tutto questo? Potrebbe ma si è svenduta alle vetrine dei padroni e per questo ha smarrito la propria essenza primaria, almeno per il momento. In una parola assistiamo all'omologazione sterile ed insapore di una civiltà non pensante e de-artisticizzata! Sono pietrificato come una statua sotto il sole.

Yves Klein

International Klein Blue

L'International Klein Blue è la celebre tonalità di blu profondo ideata dall'artista francese quale forma elevata di ricerca dando corpo ad una serie di lavori che lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Era da anni che lavorava a questo progetto anche se poi fu nel 1957 che raggiuse l'IKB: su questo aspetto realizzò una serie di performance in cui si relazionava a tele bianche mettendo in evidenza il proprio colore. Ottenne una pigmentazione asciutta mediante la sintesi di sostanze che portarono a compimento una formula segreta in cui il blu oltremarino raggiungeva la giusta intensità: tra Body Art e Nouveau Realisme si trasferì nella capitale francese al fianco di Arman e Claude Pascal catapultando al massimo il proprio senso estetico di ricerca e sperimentazione. Nel 1955 fece a Parigi una personale al Club des Solitaires in cui i monocromi raggiunsero una certa fama sino poi ad una serie di sperimentazioni che lo videro protagonista. Erano gli anni delle Antropometrie in cui immergeva le modelle stesse nel suo colore. Qualche anno dopo ed esattamente nel 1962 morì a soli trentaquattro anni di infarto. 

Il Periodico d'Arte. Via Genova 23 - 10126 TORINO
Creato con Webnode
Crea il tuo sito web gratis! Questo sito è stato creato con Webnode. Crea il tuo sito gratuito oggi stesso! Inizia